venerdì 11 maggio 2018
fem m inili (magistrata, avvocata, pretora, ecc.), cui però si contrappone l'abitudine invalsa
di usare il maschile solo per segnalare l’importanza del titolo; casi, sia pur rari,
di cognomi di donne senza articolo (Falcucci, ecc.) e persino l'esplicitazione in alcuni
casi del femm inile, naturalmente sempre in seconda posizione: figlio/a, bim bo/a; frequenti
esitazioni ed incertezze mostrate da giornaliste e giornalisti nel parlare di donne
e nel designarle. Si percepisce talvolta un desiderio da parte di chi scrive di dare
maggiore visibilità alle donne — desiderio che si scontra però con le form ule abituali
della lingua, per cui il risultato finale è pur sempre quello di ghettizzare le donne.
Una alternativa al titolo maschile per le donne che si è potuta notare in questo
periodo è il titolo al maschile preceduto d a ll’articolo fem m inile, (es. la m inistro, la
sindaco, ecc.). Questi casi indicano l’insoddisfazione nei confronti della vecchia form a e
allo stesso tempo la resistenza a quella nuova.
Pur non proponendoli come soluzione generalizzabile, ne prendiam o atto come
segnale di una esigenza di cambiamento e come fase di passaggio verso la form a
nuova più linguisticam ente coerente. C’è inoltre da considerare che la form a: la sindaco,
ecc. non è che una ellissi da: la donna (o la signora) sindaco.
È necessario tener presente, in ogni caso, che molti cambiam enti linguistici, anche
«spontanei», soprattutto quelli di livello gram m aticale procedono lentamente e per gradi.
Un esempio di cui molte persone avranno esperienza personale è il passaggio dalla
form a «ho detto loro» a quella, considerata a lungo erronea benché antichissim a, ma
ormai sempre più presente neM’uso comune «gli ho detto», che non è avvenuto senza
momenti di grosse esitazioni ed incertezze e addirittura fasi in cui si cercava di evitare
la locuzione tout court. Da notare che anche in questo caso sta scomparendo una
forma epicena (loro) a favore della form a «gli», oggi sentita come maschile, pur essendo
etimologicamente epicena (dal latino illi. sing., illis. pi.).
Questi primi passi verso una presa di coscienza linguistica del mondo dei mass
media (cui hanno contribuito con la loro opera di diffusione anche alcuni organi di
stampa, come l’ANSA ed il Messaggero) (1) e una più allargata consapevolezza del
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